#LukeCage – If It Ain’t Rough, It Ain’t Right (S02E08)

Mariah e Shade devono fare i conti, a più livelli, sugli eventi della notte appena trascorsa e non sarà facile. Intanto Bushmaster cerca un modo per aumentare ancora la sua forza.

C’è un po’ di delusione in questo episodio per quanto mi rigurda: non è morto nessuno. Certo, la scorsa puntata ne aveva fatti regitrare tre (di cui una off-screen), ma per qualche motivo mi aspettavo qualcosa anche qui. Tipo il padre di Luke, Claire o, dovento puntare alto, Mariah.

Non sarebbe una novità vedere una morte eccellente in serie Marvel/Netflix.

Che ne è di Mariah? Beh, è decisamente nella merda. Ha perso tutto, dal locale, alla casa, ai soldi. E questo ci rende una Mariah, più umana e verso cui si prova quasi pietà nonostante certe uscite arroganti, che comunque sono una maschera per mostrare alla polizia che lei ha ancora potere ed è una che conta.

Una facciata insomma, un’immagine pubblica da mantere ma che crolla come nulla quando torna tra le macerie a provare di recuperare qualcosa. Qui abbiamo la scena più bella non solo della puntata, ma della serie (da un punto di vista emotivo): sugar che la consola e le chiede se ha biasogno di vestiti, visto che sua moglie è della stessa taglia.

Non è un gesto di ruffianeria verso il capo (a cui resta fedele nonostante tutto), è proprio un gesto istinti, fatto col cuore e senza secondi fini. C’è fedeltà, lealtà ma soprattutto c’è calore umano. Un calore che a tratti emerge anche dalla Dillard stessa quando parla con la figlia, ed è qualcosa di inaspettato da parte sua.

Poi si torna alla normalità per Mariah, grazie a (per colpa di?) Shade che la sprona a reagire sfruttando il fatto che ora Bushmaster si crede al sicuro, intoccabile e onnipotente (tanto che è ossessionato con la Nightshade per avere la forza necessaria per battere Luke): è il momento di comportarsi da gangster, quindi bisogna riunirsi, rafforzarsi e colpire a sopresa.

Non che sia facile, visto che su Mariah, Tilda, Luke e chiunque caro a loro c’è una taglia messa dai giamaicani che non si fanno neppure troppi problemi a spare davanti al distretto di polizia (dove al momento Misty fa da capo: Ridenhour non aveva passato le dimissione di Misty all’ufficio competente). E pensare che se la O’Reilly (sì, quella vista in Cloak & Dagger) fosse rimasta a New York ci sarebbe finita lei al comando…

In che situazione è Luke? Lui è a metà del guado. Vuole giustizia, mandare al fresco Mariah, ed al tempo anche Bushmaster. In più si aggiunge la grana dell’omicidio di Ridenhour e Comanche dove tutto punta contro Mariah (prima ancora che a Shade: ed è motivo di scontro trai  piccioncini) ma non c’è nulla di concreto. Pure Misty si trova in difficoltà con la cosa.

Luke però ne esce bene dalla situazione, dando delle priorità. La vera minaccia è Bushmaster? Bene, si passa all’attacco, ma prima mettiamo la gente al sicuro visto che c’è una taglia come detto. Il padre, prima ancora di Claire, ad esempio. Il reverendo però non ne vuole sapere di scappare, e così Luke gli resta vicino durante un battesimo: l’irruzione degli scagnozzi in chiesa ad armi spianate viene neutralizza abbastanza velocemente.

Ma è un’altra cosa quella che colpisce: la pace fatta tra i due Lucas, tanto che il Reverendo non esita ad alzare le mani contro chi ha sparato al figlio. Perchè sarà pure a prova di proiettile, ma nessuno può spare a suo figlio! I Lucas hanno un modo di esprimere sentimenti ed emozioni del tutto particolare, non c’è che dire.

Dopo aver portato in salvo il padre, bisogna pensare agli altri: Misty e Nandi raggiungono Mariah eTilda al negozio di della seconda giusto in tempo per respingere una nuova offensiva e poco dopo arriva Luke. Dove possono essere al sicuro? Beh… praticamente da nessuna parte.

Ed ecco l’idea: chiediamo aiuto a Danny! Arriviamo così al team up forse più atteso e che tanto bene aveva funzionato in The Defenders. Luke e Danny assieme possono fare la differenza e soprattuto aiutarsi a vicenda: sono ancora ottimista per il giovane Rand, forse a torto.

Il finale adrenalico, con nel mezzo i tentativi di Bushmaster di ricreare la pozione che gli dà forza (ma che ne compromette le capacità mentali) soppersice in parte non solo alla mancaza di ospiti musicale, ma ad una puntata che è un po’ deludente altrimenti, che resta comunque sulla giusta strada imboccata dopo l’avvio tentennante: sto pure iniziando a capire meglio i Jamaicani, fate un po’ voi…

A proposito di Tilda: sarà lei l’arma contro Bushmaster, o almeno sarà lei a fornirla, magario con l’aiuto di Rand & Co. Troppo scontato? Forse, ma non per questo sbagliato.

Occhio Shade comunque. Sarò ripetitivo, ma il suo modo di fare è quello di chi programma le mosse attentamente ed in silenzio per poi colpire. Quella è la sottotrama da seguire e che farà scoppiare il prossimo grande casino ad Harlem.

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