#LukeCage – The Basement (S02E06)

Con la guerra che imperversa nelle strade di Harlem, è una corsa contro il tempo quella che Luke, Misty, la polizia e non solo intraprendono per capire quale disegno ci dietro a tutto questo.

Se la scorsa puntata è stata buona soprattutto perchè ci ha ridato un Luke vecchio stile, che gigioneggia poco e pensa a fare davvero l’eroe per la gente, questa puntata lo è altrettando nonostante la solita cavolata che tante serie tv fanno e che per una serie Netflix è pure peggiore: chiudere con un cliffhanger (che in una serie netflix non ha senso a metà stagione) mettendo il portagonista in fin di vita o comunque in una situazione di bilico tra lavita e la morte.

Nessuno, per nessun motivo, può minimamente pensare che Luke Cage muoia al sesto episodio della stagione. Non solo perchè ci sono altre sette puntate, ma soprattutto perchè dà il nome alla serie. Quando Arrow, nella terza stagione, fece la stessa cosa con Oliver Queen il contesto era diverso e c’era un senso: mancavano molti più episodi, c’era un team che lo avrebbe coperto mentre era in bilico tra la vita e la morte, la serie, soprattutto, non si intitolo Oliver Queen, ma Arrow. Sì, è vero che le cose coincidono ma Arrow è un nome in codice ed aveva soprattuto ormai identificato un gruppo.

In aggiunta a questa pecca, il fatto che le serie Netflix (almeno queste) seguono troppo spesso lo stesso schemino nell’andamento della stagione. Nulla di male, le storie hanno degli sviluppi ben precisi a seconda del genere, ma variare un po’ sul tema non farebbe male. Allo stesso modo, le cosiddette “Hallway Fight” (che avvenivano nel terzo episodio) sono diventate qualcosa che non ha più l’effetto iniziale.

Come se in fase di lavorazione dicessero “Dobbiamo mettere questa cosa in questo punto”. Il risultato è così qualcosa di forzato, innaturale: è la scena che guida la storia e non l’opposto. Come se si partisse dal chiedersi “Dove posso mettere questa scena che devo mettere?” e non “Ma se mettessi questa scena qui, ci starebbe bene?”: è anche così che nasce il peggior fanservice possibile, dopotutto.

Luke continua a proteggere Piranha dall’assalto dei Jamaicani ed è questo che lo fa tornare al vecchio stile pur facendolo per soldi (quindi teoricamente, non per un spirito di giustizia). Piranha si rivela qui un personaggio meno stronzo di quello che si poteva immaginare negli ultimi momenti della putnata precendete. Resta molto in bilico tra il divertente e l’arrogante/fastidioso, ma non si riesce ad odiarlo davvero, non del tutto. Chiaro, è un criminale, non gli si può voler bene e tifare per lui ma quello che sembrava essere un coglioncello ha in realtà una certa importanza ed una storia personale non dissimile da quella di Luke: povertà, problemi col padre, rivalsa sociale facendosi una reputazione positiva (per quanto nel caso di Piranha si parli del mondo della finanza).

Jones si rivela essere una pedina importante per il futuro di Harlem perchè ha accesso alla proprietà che la Dillard ha messo in un fondo per tutelare gli investimenti, e tra queste c’è il club, ovviamente. Altrettanto ovviamente, è questo quello che vogliono da lui i Jamaicani perchè controllando lui, metterebbero le mani su Harlem, e la vendetta di Bushmaster si compirebbe.

Pure Bushmaster ha una storia simile a quella di Luke, ma le scelte fatte li han portati agli opposti: tanto è calmo e rivolto al bene collettivo Luke, tanto violento (e l’abbiamo visto) e guida da un rabbioso egoismo Bushmaster. I due hanno anche una diversa visione della vita e di quello che vogliono da essa: sembrerebbero dei perfetti rivali, eppure a Bbushmaster manca ancora qualcosa, non è un nemico incombente e pericoloso come lo era la Mano per Devil (e poi The Defenders), non è un Kilgrave… C’è come la sensazione che sia solo un ostacolo momentaneo, una distrazione da qualcosa che non si è ancora manifestato ed il fatto che Luke sia sempre ossessionato da quello che fa la Dillard e pensi a come farla cadere non fa altro che rafforzare questa mia sensazione.

A proposito della Dillard. Mariah è finita: non la salveranno la politica, gli affari, i soldi. Bushmaster da questo punto di vista ha già vinto perchè lei è palesemente disperata vedendo andare tutto gambe all’aria, tutto quello che aveva pianificato con arroganza (incluso il riappacificarsi con la figlia). In più il personaggio è stantio, bloccato nei soliti gesti, nelle solite azione, nelle solite frase. Mama Stokes, Cornell, bere… politica… non esce da questo circolo, e fa ridere vederela chiedere pirotezione dai giamaicani alla polizia.

Chi invece da quel lato di Harlem si muove bene e continua a convicermi sempre di più è Shades. Sono quasi certo che alla fine sarà lui a fare le scarpe a Mariah, posto che Luke faccia fuori Bushmaster. Resta sempre quel passetto dietro, in silenzio, si muove con calma e freddezza con un piano ben chiaro in mente e che non rivela a nessuno, non del tutto. IN questa puntata lo vediamo in maniera quasi esplicita quando si trova con Comanche pronto a sparare a qualunque jamaicano gli passi a tiro.

E quelle parole quando Comanche si alza… fan presagire cose molto interessanti.

Mi ha sorpreso la gestione di Misty perchè è andata, per una volta, fuori dai soliti schemi. Non paga l’aver voluto incastrare Cockroach contaminando la scena di un crimine, la passa liscia tutto sommato da quel punto di vista. Al capo non tornano le cose per come le racconta, ma non c’è nulla contro di lei.

Tuttavia lascia la polizia perchè non vuole diventare come Scarfe e con una guerra in atto nelle strade di Harlem essere poliziotti e segurie le regole di ingaggio non è possibile per lei. Insomma, molla tutto per torvare una nuova stra che, invetabilente, sarà quella di diventare un’eroina anche lei (con Colleen, ovviamente).

E vedere il capo che quasi la supplica di restare, beh… è una gran goduria.

Ultime parole, per la scena sul ponte. Bella da vedere, ma la lotta? Beh… ci può fare sicuramente di meglio, mancava qualcosa a livello di energia trasmessa: ma scontro la stile diversi nel complesso non è stato male.

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