#PersonofInterest #Season5 Review #SeriesFinale

Ammettiamo apertamente che, quando la Cbs ha annunciato che Person of Interest sarebbe stata rinnovata per una quinta e ultima stagione, composta di soli tredici episodi, abbiamo tremato.

Abbiamo tremato perché temevamo il ripetersi di una situazione già nota.

Person-of-Interest

L’ultima stagione di Fringe devastata dalle ingerenze della Fox e dalla parte malata del fandom, la quale tanto ha starnazzato da riuscire a demolire l’interessante storyline che si stava delineando, tutto sacrificato sull’altare della coppietta, peccato che se ragionassero un attimo in realtà il loro lieto fine non l’hanno avuto. Ma cosa ci si può aspettare da gente che si affida alle apparenze?

Nulla.

Questa parte malata deve essere finita dritta dritta nel fandom di Person of Interest, ripetendo le stesse identiche fregnacce, ma stavolta è andata male per loro e bene per noi che abbiamo sempre amato la serie così com’era, accettando il rischio di veder morire anche i nostri personaggi più amati.

Vi avvisiamo che da qui in avanti saranno presenti degli SPOILER.

JJ Abrams, produttore esecutivo di Person of Interest e amico di lunga data di Jonathan Nolan, con il quale sta collaborando per la HBO alla lavorazione di WestWorld e Fondation, quest’ultima tratta dai romanzi di Isaac Asimov, ha chiarito fin dall’inizio le cose.

In un’interessante intervista prima della messa in onda della quinta stagione ha detto di aver voluto di nuovo l’amico al comando per dare alla serie un finale degno.

Il potere acquisito grazie agli incassi di Star Wars hanno permesso ad Abrams di avere finalmente l’ultima parola.

E possiamo dire di averlo visto, concretamente, in azione.

La quinta stagione è iniziata esattamente con il botto, mostrandoci il punto della situazione e quanto potesse essere terribile avere un mondo controllato da una A.I come Samaritan, alla caccia di Finch, Reese e Root, dove ogni persona può diventare una risorsa. La Macchina, o meglio, i suoi componenti basilari, sono rinchiusi in una valigetta. I minuti sono contati per il recupero e non è sicuro, sin da subito, l’esito positivo.
E anche quando finalmente la vediamo tornare in azione, non è tutto facile come sembra.

greerLa Macchina si rivolta al suo stesso creatore, non riuscendo a fare la distinzione che aveva imparato a fare negli anni in cui era attiva normalmente.
Inizia da qui uno dei grandi leitmotiv di tutta la stagione: i grandi interrogativi etici e filosofici.
Quello che ha reso grande questa serie è proprio la mancanza della cosiddetta divisione manichea tra buoni e cattivi. Esistono solo le persone e le loro scelte. Tutti possono essere buoni e cattivi allo stesso tempo, dipende dalle circostanze. Perché stiamo dicendo questo? Ci arriveremo con calma, perché è un discorso che riguarda da vicino uno dei protagonisti.

Prima di farlo occorre dire che non tutto è stato perfetto e, oggettivamente, qualche approfondimento in più non avrebbe guastato, sia sul lato di Samaritan, il cui punto di vista era mostrato soprattutto da Greer e da uno dei sicari, il quale ha deciso di seguirla così, per lavoro, ponendosi qualche interrogativo ma nulla di più.

Sia anche nel buon finale, che se fosse durato due episodi avrebbe funzionato meglio.

C’è poi la questione simulazioni.

Una volta è bello.

Due carino.

La terza inizi a stancare eh.
Un lato positivo di queste simulazioni però c’è stato: ha offerto a Nolan la possibilità di accontentare la parte malata del fandom e a porre loro un freno allo stesso tempo. In una simulazione c’è una scena d’amore tra le due protagoniste Shaw e Root, una scena che molti shipper sognavano. E rimane solo nell’ambito del sogno, della simulazione, appunto. E’ come se l’autore avesse detto: “Accontentatevi di questo perché non avrete altro.” e gli eventi successivi ce l’hanno confermato.

Sempre a proposito delle simulazioni, in una recensione molto interessante che Roberto ha scritto per il nostro sito, fa notare come siano davvero troppo realistiche.

Non ci sono avvisaglie. I personaggi sono loro. Sono troppo loro.

E le opzioni sono tre: è stato un errore di Nolan e co, oppure dobbiamo pensare che Samaritan fosse diventata onnisciente quanto la Macchina oppure ancora quello che abbiamo visto era per il 95% un costrutto della mente di Sameen? Non credo che avremo mai la risposta a questa domanda e forse neanche importa. In fondo la cinematografia dei fratelli Nolan è costruita proprio su questo: sulla realtà e su cosa ci rende sicuri che la stiamo vivendo. Qui è stato solo trovato un escamotage perfetto in un contesto fantascientifico.
L’ennesima prova per chi considerava questa serie tutto tranne che di genere sci-fi.

Possiamo dire, senza ombra di smentite, che il punto più alto della stagione è stato raggiunto nel momento in cui il pacifico e razionale Harold Finch ha perso la pazienza e ha deciso di buttare alle ortiche le sue regole per distruggere Samaritan e i suoi accoliti.

In un monologo sensazionale con un Michael Emerson sontuoso, il nostro Harold si rivolge al suo mortale nemico con una glacialità che fa spavento.
Il fattore scatenante, anzi i fattori scatenanti sono: prima la morte del caro amico Carl Elias, a cui assiste impotente, che ha su di lui l’effetto di un detonatore.  Straziante il momento in cui tocca il corpo dell’amico e poi viene trascinato via.

E poi la morte di Root, che non vede ma che sente ormai imminente. Root è una donna in cui forse Harold vedeva come pari o come accolita, una figlia. Questi lutti, sommato a tutto ciò che aveva perso fino a quel momento lo porta a decidere di rinunciare alla sua etica e alla sua moralità per agire.

Il tempo delle regole è finito, è ora di andare oltre e Harold lo fa, mettendo a frutto la sua intelligenza superiore per fermare Samaritan.

Persino John Reese, uomo abituato a trovarsi di fronte agli scenari di guerra più terribili, teme la reazione e la rabbia di quest’uomo.
Ci torna in mente la poesia di Moffat “when a good man comes to war”. Una poesia che avevamo citato in tempi non sospetti, presagendo esattamente quello che abbiamo visto ora.
Nonostante la furia e la sua determinazione a chiudere la guerra con Samaritan, Finch non perde la sua umanità e continua ad interrogarsi sul senso della vita e sulle scelte fatte. Egli, infatti, teme di aver commesso un errore a costruire la Macchina. Teme di aver creato lui stesso quel mondo orribile che vede intorno a se.

E, sintomatico di ciò, quando incontra uno dei tanti anonimi accoliti di Samaritan, risponde alla domanda: “Chi sei?” in un modo molto inquietante: “Sono colui che ha venduto il mondo per un dollaro.”

E’ consapevole di aver commesso un errore a tenerla chiusa e prigioniera? Forse sì, forse no.

reese deathLo sarà alla fine quando decide di lasciar andare la sua creatura verso una battaglia impari ma non come ci aspettava che fosse perché quella senza limiti è più la Macchina, la quale ha osservato per anni l’umanità, imparando a conoscerla e amarla, mentre la sua nemica ha agito e basta, lasciandosi ingannare dalle apparenze perché sapete è molto facile vedere il male nel mondo. Gli esseri umani possono auto-distruggersi come dice Samaritan? Verissimo, ma hanno anche fatto cose incredibili.

L’arte, la storia, la scienza, la filosofia.

La storia umana non è solo un’infinita sequenza di crimini, c’è altro e la Macchina lo ha visto.

“C’è del buono in questo mondo e vale la pena di lottare per esso” diceva il buon Samvise Gangee de Il signore degli anelli.
Un altro dei punti più alti della serie è nel finale di stagione, appunto. Dove la Macchina dice di aver trovato il senso della vita. Inizialmente non riesce a ricordarlo, occupata com’è da tenere le fila della sua memoria e della sua percezione presente. Poi però ricorda.
Fa un discorso significativo sul dolore. Lei chiede a Harold se si è reso conto del fatto che, come ha sofferto lui delle perdite, in un certo senso non è stato facile nemmeno per lei.
Tu non mi avevi programmato per capire cos’è il dolore, Harold. Ho dovuto impararlo da sola.”

Pperson.of.interest.513.hdtv-lol[ettv][(049385)2016-06-26-23-13-22]roprio osservando gli ultimi momenti delle persone ella arriva a comprendere chi sono davvero e a capire la bellezza intrinseca della morte, che ci rende effimeri e nel contempo ci spinge a dare il meglio, magari non a tutti, ma a molti di noi sì.

E’ un messaggio sull’amore e sull’umanità il suo, l’amore inteso in senso assoluto.

Se hai toccato il cuore di qualcuno allora vivi per sempre.

person.of.interest.513.hdtv-lol[ettv][(060573)2016-06-26-23-19-45]Questa frase la sentiamo dire la prima volta da un anziano poliziotto di colore, poi dalla stessa Macchina mentre davanti a noi appaiono le immagini di Shaw che se ne va felice con il suo Bear e Harold raggiunge la sua Grace, essendo finalmente libero di poter vivere la propria vita.

Prima di continuare però, crediamo sia giusto spendere due parole per altri personaggi, a cominciare da Root, la quale, dopo la morte di Joss Carter, era diventata a pieno titolo la protagonista della serie.

person.of.interest.513.hdtv-lol[ettv][(060933)2016-06-26-23-20-12]Samantha Groves, questo il suo vero nome, interpretata da una bravissima Amy Acker, è stato un personaggio assai intricato e non sempre riuscito.

Il suo odio verso l’umanità nasce dalla morte della sua ex compagnetta di giochi, la sua migliore amica, odio totalizzante e devastante, che la spinge a definire l’intera umanità: “Badcode”.

Affascinata dalla creatura di Harold, lo rapisce per spingerlo a liberarla e quando la raggiungono, lei è già andata via.

Root ha sempre considerato la Macchina Dio e così la chiamava.

Il suo progressivo avvicinarsi agli ideali di Harold la rendono una persona diversa, migliore, più solare e meno gelida, con un senso dell’umorismo sferzante.

person.of.interest.513.hdtv-lol[ettv][(042478)2016-06-26-23-27-27]I suoi duetti con l’uomo resteranno nella storia della televisione molto più della sua storia d’amore con Shaw, carina, ne conveniamo, ma niente di eccezionale, anche se Nolan ha saputo darle credibilità nell’ultima stagione, in particolare proprio nel finale, quando la Macchina, usando la voce di Root, spiega a Sameen perché la hacker la considerasse bellissima e non solo fisicamente.

Dicevamo prima della mancanza di divisione manichea tra buoni e cattivi. E trova maggiore esemplificazione nella figura di Carl Elias. La prima volta che lo incontriamo è uno dei numeri irrilevanti segnalati dalla Macchina. Finch e Reese faticano a capire se fosse un criminale o un innocente in pericolo. In realtà sin da subito la realtà si fa complessa e Elias si rivela essere il capo dell’organizzazione mafiosa della città. Un capo con una sua etica e un suo modus operandi nel detenere il potere, molto più evidente 13509619_10209866218715992_1432512797_onella lotta per la spartizione del territorio con Dominic. Elias dimostra di essere un uomo dall’intelligenza sopraffina tanto da intuire l’esistenza della Macchina, senza che Finch gli avesse dato indizi e, soprattutto, da comprendere nella quinta stagione che dentro di lui ci fosse un fuoco e una rabbia pronti ad esplodere.

Ci vuole davvero un bel coraggio a mettere tra i “buoni” un personaggio del genere.

Non sappiamo se Carl si fosse totalmente pentito delle sue azioni, di sicuro non dell’uccisione del padre e del fratellastro, due persone non proprio limpide e lontano anni luce dal modo di fare dell’uomo.

finch shockedEgli però rispettava Harold e gli voleva bene.

Questo era evidente anche ai cittadini della sua New York.

Quando Elias viene ucciso, Finch viene rapito e alla scena assiste una persona la quale dirà a Reese e Fusco: “L’uomo che Elias rispettava è stato portato via.”

Un bel legame il loro.

Due persone diverse, con visioni diverse, ma che avevano saputo diventare amiche.

Lo stesso discorso vale per Fusco, in un certo senso.
Viene trasferito,  a causa di determinate accuse di corruzione a suo carico, nel distretto in cui lavora la detective Carter. E’ un uomo in apparenza pavido, che cerca di non dare troppo nell’occhio e sia Finch, sia Reese, sfruttano questo suo lato del carattere per tenere d’occhio la detective e fare il doppio gioco con l’HR, un’organizzazione criminale di poliziotti corrotti, per smantellarla e portare i colpevoli alla giustizia.
Pian piano Fusco comincerà a fare un’esame di coscienza su se stesso, a comprendere i propri sbagli e ad alzare la testa per fare la cosa giusta. Nelle stagioni successive quest’uomo dimostrerà di avere una tempra e una forza d’animo molto grande.

Harold e John nell’ultima stagione devono riflettere se sia il caso di metterlo al corrente di quanto sta accadendo nel mondo, della guerra tra la Macchina e Samaritan. Fusco nonostante tutto rimane sempre un abile detective e non ci mette molto a comprendere che c’è qualcosa di strano che sta avvenendo sotto il suo naso e, soprattutto che Finch e Reese ne sanno di più di quanto danno a intendere. Sarà proprio il detective a porre un ultimatum al suo collega John portandolo a decidere che, in quella guerra, hanno bisogno di tutto l’aiuto possibile e che il detective può essere una risorsa preziosa. Quando Reese inizia a raccontare del sistema di sorveglianza, Harold gli chiede apertamente: “Sei sicuro che sia la cosa giusta da fare?” e John risponde che solo il tempo glielo dirà ma che hanno bisogno di tutto l’aiuto che possono avere.

Sempre a proposito della non divisione manichea, la serie ci ha mostrato il punto di vista di Greer (John Nolan è un attore incredibile, perfetto contraltare di Emerson), non quanto avremmo voluto, tuttavia quello che abbiamo visto ci basta per esprimere un giudizio.

Egli non era un uomo avido di potere, no affatto.

Le sue idee, per quanto distorte e bizzarre, avevano uno scopo nobile, in lui potremmo rivedere Control, sua rivale nella scorsa stagione.

Voleva un mondo più giusto e pensava che solo Samaritan, il suo dio personale, avrebbe potuto cambiare le cose.

Si comportava con lei come un accolito con il suo dio, pronto a soddisfare ogni suo desiderio e persino a morire per lei per un bene superiore.

Samaritan stessa non era il mostro cybernetico che tutti pensavano che fosse, non solo almeno.

Dentro di lei c’era una parte umana, bisognosa di apprendere e nel suo distorto affetto verso la Macchina, c’era il grido di dolore di una creatura sola, incapace di stabilire reali contatti con gli altri.

Non è un caso che eviti fino alla fine di attaccare Harold, anche se lui attacca lei. Forse sperava di essere resa come sua sorella grazie alla mano del di lei creatore? Chissà.

Un piccolo accenno va fatto anche a Control, donna di polso, pragmatica e lucida, ma anche mamma affettuosa, che ha compiuto scelte controverse, ma comprensibile per il bene della nazione, e a Joss Carter, poliziotta dall’animo nobile, forse un po’ troppo integerrima, che sa cambiare in meglio sia John sia Fusco, prima di venire uccisa dall’ultimo membro dell’HR.

Sameen Shaw e John Reese hanno avuto un percorso molto simile, entrambi ex killer al soldo del governo, entrano nel team per motivi simili e iniziano ad apprezzare gli ideali di Harold e il fatto di poter salvare delle vite, ogni singola vita, invece che distruggerle.

Sameen ha sempre avuto difficoltà ad esprimere i suoi sentimenti, il suo era una sorta di autismo, ma l’amicizia con il team Machine l’ha spinta ad aprirsi così come John ha imparato a fidarsi di loro, sentendoli come la sua famiglia.

Sameen sopravvive con il suo cagnone, vivendo nel ricordo di Root e sapendo di avere la Macchina a vegliare su loro, John muore per sdebitarsi, con il sorriso sulle labbra (Jim Caviezel ci dimostra di saper dare qualche emozione tramite il volto), verso Harold, facendo chiaramente capire di considerare la vita dell’amico assai preziosa, così come lui ha appena fatto con la Macchina.

E qui veniamo ad una questione cruciale.

Come ha fatto la Macchina a sconfiggere Samartin dopo aver perso miliardi di simulazioni?

La spiegazione è semplice, anche se, dobbiamo dire, noi abbiamo una teoria riguardo allo scontro, solo che non è questo il luogo per parlarne.

Atteniamoci ai fatti.

La Macchina vince perché, una volta liberata, ha sprigionato tutto il suo potere, che, rispetto a quello di Samaritan, era davvero senza limiti, in quanto, come dicevamo sopra, lei ha saputo osservare ed attendere, come il suo creatore, che ha creato un virus letale nel momento di maggior bisogno.

E vince perché sapeva di essere amata.

Il dialogo con Harold è stato vitale per lei, essenziale.

Samaritan è stata distrutta? Diciamo fagocitata.

Person of Interest è stata una serie meravigliosa, con un livello di scrittura davvero sopraffino come raramente si vede nel mondo seriale. La Cbs non ha compreso quale gemma preziosa aveva tra le mani e l’ha lasciata scappare via. Non ci stupisce affatto. Purtroppo non è la prima volta che assistiamo alla miopia da parte dei network di fronte a un talento puro e alla sua capacità di costruire un prodotto per le menti pensanti.
Person of Interest ha anticipato di netto lo scandalo Datagate ma non solo. Ha posto ai suoi spettatori interrogativi etici, filosofici e teologici di grande rilevanza. Come nella tradizione della migliore sci-fi è stato un modo per riflettere sulla società odierna così dipendente dalla tecnologia, portandola ai suoi estremi. Un altro punto di forza della serie è che le vicende raccontate sono state fatte da un punto di vista finalmente neutro.
La tecnologia non viene demonizzata, viene mostrata esattamente per ciò che è: uno strumento nelle mani delle persone che può essere usata per fare del bene o del male.
In un mondo in cui scienza e tecnologia, spesso, vengono dipinte come il male è stata una ventata di aria fresca.
Ringraziamo quindi J.J. Abrams, per averla prodotta, J. Nolan e Greg Plageman per aver tirato le fila di questa serie senza fare sconti, senza stravolgere la sua bellezza per accontentare la parte malata del fandom. E soprattutto li ringraziamo per aver rispettato fino in fondo lo spirito di Person of Interest. Li ringraziamo per aver creato dei personaggi che ci porteremo nel cuore per molto tempo. Ringraziamo Michael Emerson, un attore eccezionale che ha ritratto in maniera sublime il suo Harold Finch e a seguire: Jim Caviezel, Amy Acker, Kevin Chapman, Taraji P. Hanson (molti la glorificano adesso per la serie Empire ma noi avevamo già visto all’opera il suo talento di attrice molto prima), Sarah Shahi, Enrico Colantoni e molti altri ancora.
Grazie per questo incredibile viaggio a tutti quanti.
Ci mancherete.

PersonOfInterest EndsYou are being watched. The government has a secret system: a machine that spies on you every hour of every day. I know because I built it. I designed the machine to detect acts of terror, but it sees everything. Violent crimes involving ordinary people, people like you. Crimes the government considered irrelevant. They wouldn’t act, so I decided I would. But I needed a partner, someone with the skills to intervene. Hunted by the authorities, we work in secret. You’ll never find us, but victim or perpetrator, if your number’s up…we’ll find you.

Recensione redatta da Simona Ingrassia e Silvia Azzaroli.

 

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