#The100 – Bitter Harvest (S3E06)

Un episodio che rispetta in parte il titolo a esso assegnato: amaro. Amaro per svariate ragioni, non solo per il calo della qualità dell’episodio in sé.
Prima di cominciare, però, come sempre vi invito a diventare fan della nostra affiliata The 100 Italia.

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Per due stagioni possiamo dire che The 100 non ha mai preso una vera e propria posizione riguardo ai personaggi e alle situazioni trattate: ha sempre lasciato agli spettatori il libero arbitrio di valutare il tutto e dare ad esso un’interpretazione personale, lasciando che ognuno di noi attribuisse ad un personaggio il ruolo di buono o cattivo, di vittima o carnefice, di cacciatore o di preda a seconda del nostro personale concetto di moralità e di eticità. Le cose stanno un po’ cambiando in questa stagione e i personaggi vanno definendosi senza molte possibilità di interpretazioni.

Stesso discorso vale per le situazioni: abbiamo avuto un po’ tutti, nella prima stagione, la tendenza a legittimare l’attacco del popolo del cielo ai danni dei grounders.. Perché i grounders sono stati i primi ad attaccare, perché i grounders hanno assaltato il loro campo, hanno fatto questo e hanno fatto quello.. Forse, in pochi di noi si sono soffermati a pensare al fatto che i grounders hanno subito il primo tentativo di ‘esproprio’ della loro terra ad opera di gente sconosciuta che arriva da chissà dove. Un discorso analogo vale anche per coloro che, nella seconda stagione, risiedevano nella base di Mount Weather, i cosiddetti uomini della montagna: li abbiamo visti attaccare i grorunders, attaccare lo sky people, abbiamo visto rapire questo e quel soggetto X poiché immune alle radiazioni per prelevarne il sangue.. Anche qui, in pochi forse si sono fermati a pensare che quello era il modo, eticamente corretto o meno, nel quale quel particolare popolo tentava di garantirsi una sopravvivenza e cercava, magari, una vita migliore.

Raggiungere un equilibrio, per quanto precario, è stato difficoltoso e quell’equilibrio è costantemente in pericolo, e per noi diventa più difficile stabilire chi è il buono e chi è il cattivo, specie quando tutti si sentono ‘legittimati’ a cattive azioni per buoni fini: Pike, Clarke, Jaha, i Grounders.. Un po’ tutti, insomma. Pike ha il buon proposito di coltivare la terra per garantire la sopravvivenza del popolo che ora governa [cosa che, mi auguro, durerà poco]; Clarke è pronta a sporcarsi del sangue di qualcuno per avere quella vendetta da cui, solo una settimana fa, ha dissuaso Lexa; Jaha.. Jaha fa il gioco inverso, invece: lui diffonde mondi fatati e sventole in tubino rosso per arrivare ad una tecnologia che, anni prima, ha portato alla distruzione della Terra per quella che era.

Dall’inizio della serie sostengo la sua unicità: la CW, passatemi questa critica, non è di certo nota per serie bellissime eccetto qualcuna [poi, naturalmente, si va sempre ad interpretazione personale], mentre The 100 ha segnato una bella differenza grazie alla struttura di base: una storia abbastanza diversa dal solito, poco incentrata sulle coppie e sui triangoli amorosi che tanto vanno di moda, etc. Riguardo a questa stagione, invece, ho fin dal principio mosso un piccolo passo a sfavore: pur essendosi presentata come un’ottima stagione dal potenziale dilagante, c’è troppa carne al fuoco. Ci sono davvero troppi fronti aperti: Lexa e la sua leadership un po’ compromessa da Clarke, Jaha ed il suo delirio, il ritrovamento e la conseguente ascesa di Pike, il cambio di fronte di Bellamy, i suoi screzi con Octavia, i dissidi tra i clan terrestri.. Poi sono arrivati Murphy e la sua Emori, poi è arrivata la guerra a distanza tra Pike e Kane, ora si aggiungono Abby vs. Jaha e Titus, il fido consigliere di Lexa, che ha catturato Murphy. E’ tutto? Assolutamente no: è sbucata anche la tredicesima stazione spaziale, Polaris.. E indovina un po’? E’ tra le mani dei terrestri. A me sembra esageratamente esagerata la trama di quest’anno, e il fatto che una trama così complicata sia chiamata ad articolarsi su soli sedici episodi rischia di lasciare delle insolvenze o di essere gestita approssimativamente per rientrare nei tempi.

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