#DoubleFeature: #ChildhoodsEnd

Inauguriamo in grande stile una nuova rubrica, Double Feature. In cosa consiste? Beh è molto semplice: una doppia recensione.

Double FeatureIniziamo con il parlare di una miniserie, Childhood’s End, andata in onda pochi giorni fa su Sy Fy di cui potete leggere una presentazione QUI.

Manuel Bergugnat

Premessa forse non dovuta, ma che ritengo doveroso fare: non ho letto il libro, pur sapendone la trama. Wikipedia aiuta in questo, ma ancora di più aiuta chi, come Silvia, il libro lo ha letto.

Detto questo, che possiamo dire di Childhood’s End? Beh, si può dire molto, a partire dal formato non proprio usuale con cui è stata trasmessa: SyFy può girarla come vuole ma non erano sei episodi da un ora, ma tre da due ore, per quanto il passaggio tra gli ipotetici episodi sia ben visibile. Poi c’è la tempistica di messa in onda, ovvero tutto in tre giorni consecutivi: una decisione che funziona (e che per la rete non è nuova), perché non disperde i tempi di attesa.

Questo per quanto riguarda l’aspetto più tecnico della serie. Una serie che nella realizzazione non è perfetta, ma che tutto sommato funziona ed è, caso raro, molto fedele all’opera originale: il cuore del libro (di cui riprende anche la struttura in tre parti)  è sicuramente stato trasposto sullo schermo, con qualche rivisitazione e/o aggiunta visti i tempi, ma non lo stravolge come facilmente accade.

Un bene o un male? Secondo me alla fine è un bene, perché credo che tranne rare eccezioni, solo l’autore debba poter metter mano all’opera: chi lo fa deve almeno essere fedele allo spirito dell’autore, per non snaturarlo, e soprattutto la storia deve comunque filare.

Se vi aspettate una serie che stravolge le menti e rivoluziona la tv, Childhood’s End è la serie sbagliata: formato, tempi, fonti non lo permettono e sicuramente non vogliono esserlo.

Se volete però una serie che faccia comunque riflettere su alcuni temi, allora sì, è la serie giusta. Perché è facile fare i fighi osannando Black Mirror (che personalmente non mi piace) senza capire che quello specchio nero è lo schermo di televisori, tablet e cellulari: meno lo è se si deve parlare di scienza, religione, politica e progresso, perché si parla di questo. E si parla anche di filosofia, ma in questo ambito non mi addentro perché potrei non uscirne vivo.

Tutti temi che sovrastano i personaggi, che di fatto sono dimenticabili: nessuno si ChildhoodsEnd (2)staglia su gli altri in maniera netta ed il vero protagonista, Karellen, sullo schermo non lo vediamo fino alla fine delle prima parte. Sentiamo la sua voce, e con essa percepiamo una lunga mano sulla storia: ma anche dopo la sua apparizione resta molto defilato, mostrando una grandissima umiltà.

Il cast è quindi di basso livello? No, non lo è: non saranno magari dei premi oscar, ma sono attori che con i loro personaggi sono al servizio della storia e non viceversa. E non è facile che accada una cosa del genere.

Non è quindi una serie per i fanminkia, o per i fan degli attori, quelli che guardano una produzione “solo se…”: se c’è la coppietta, se c’è il figone o la figona di turno, se c’è questo o se c’è quello. In Childhood’s End c’è solo una cosa: la storia.

Una storia che ci presenta lo scontro tra scienza e fede, con una chiave di lettura molto particolare: la fede viene “sconfitta” dalla scienza e la scienza viene “sconfitta” da un’entità superiore, praticamente da qualcosa di divino. Il messaggio? Senza una, non esiste l’altra. Un messaggio con cui si può anche non concordare ovvio, ma che è lì.

Volete una chiave di lettura politica? Guardate a Karellen come ad una personificazione dello stato assistenzialista. Ai tempi del racconto poteva essere il modello comunista, ma la sostanza non cambia: se qualcuno provvede a noi anche se non facciamo nulla, l’indolenza e la pigrizia, avranno la meglio, uccidendo quello che è insito dell’uomo, ovvero il progredire, la curiosità, lo spirito critico ed anche il libero arbitrio.

ChildhoodsEnd (3)Volete un po’ di temi politici? Eccovi serviti: l’esportazione delle democrazia.

L’invasione di un paese considerato arretrato. Le missioni di pace. L’adesione senza porsi domande ad un’ideologia. Fate voi, non c’è che l’imbarazzo della scelta.

E ora la recensione di Simona Ingrassia e Silvia Azzaroli.

Non molto tempo fa abbiamo avuto la fortuna di leggere il romanzo di Clarke da cui è tratta questa miniserie di SyFy, coprodotta anche da Showcase.

Ve ne abbiamo già parlato la settimana scorsa nella presentazione.

Hunn, sceneggiatore della miniserie, riprende in maniera perfetta tutte le tematiche del libro del celebrato autore americano e non era facile.

Vi avvisiamo che da qui in avanti saranno presenti degli SPOILER.

Childhood’s End è un romanzo molto pesante, molto cupo e molto attuale.

Clarke ha sempre avuto la fissa della famosa nuova tappa dell’evoluzione umana tanto che riprende questa tematica più e più volte sia nella saga di Odissea nello Spazio sia in quella di Rama e per amore di onestà gli è venuta meglio in dette saghe che non in Childhood’s End.

Se parliamo di questo è perché bisogna ammettere che Hunn ha saputo rendere tutto questo in maniera migliore. Speriamo che nessun purista storca il naso perché siamo abbastanza certe che Clarke avrebbe approvato il finale che riprende egregiamente la sua idea, approfondendola e chiudendo le voragini e le scempiaggini presenti nel finale.

Tuttavia proviamo ad andare in ordine.

ChildhoodsEnd

La serie inizia in maniera eclatante mostrando, un’inquietante ombra stagliarsi sul pianeta Terra e, improvvisamente, si vedono aerei che rimangono bloccati per aria. Nessun umano riesce a intuire cosa sta per accadere. Parallelamente gli autori ci mostrano la giornata normale di Richard Stormgren un contadino alle prese con una trebbiatrice che non ne vuole sapere di funzionare. E gli spettatori subito si chiedono il perché.

In ogni angolo del mondo gli esseri umani si trovano di fronte ai propri cari estinti che recano un messaggio identico per tutti. “Il mio nome è Karellen, sono il supervisore della Terra.”

Karellen proviene da un altro pianeta e il suo compito è quello di mettere fine ad ogni ingiustizia, iniquità, guerra, sofferenza presente nel mondo per creare finalmente l’Utopia.

Immagino che continuerete a chiedervi: è il contadino? Ora ci arriviamo, abbiate pazienza.

Richard Stormgrend è la prima modifica che è stata fatta rispetto al personaggio presente nel libro. In questa serie è una semplice persona piena di buon senso, che basa il suo essere giusto e corretto dalle sue esperienze di vita e dal suo carattere personale.

Anche il Ricky del romanzo è una persona corretta, solo che è un politico, un politico di una certa età, quindi ha sulle spalle anni di esperienze a contatto con il pubblico e con ogni tipo di politica. Lui è molto onesto, ma conosce la parte oscura della politica perché l’ha toccata con mano. Quello della miniserie è un giovane uomo, indubbiamente molto intelligente, ma ingenuo e innocente ed è stato scelto proprio per queste sue caratteristiche. Inoltre non possiamo fare a meno di trovare in lui delle somiglianze con un personaggio presente nel libro, però non nella miniserie, ovvero la sorella di Milo (che nel romanzo si chiama Ian) per tutta una serie di cose, tra cui l’ombra di un passato amore.

rikky

L’amicizia tra Ricky e Karellen è pressoché indentica a quella che vediamo nella miniserie, compreso il momento in cui Ricky prova a filmare l’amico che cerca di celare il suo vero aspetto, solo che mentre nella miniserie Ricky riesce nel suo intento, nel romanzo no e anzi è Karellen che decide di mostrarsi al terrestre ormai in punto di morte.

Qual è l’aspetto della razza di Karellen?

Quello del diavolo.

Un’autentica genialata atta a demolire il bigottismo che si fa influenzare dall’aspetto mostruoso delle persone, oltre che dai simboli e non dal loro io interiore.

Clarke, da bravo ateo aperto di mente, ha voluto in questo modo fare a pezzi certe superstizioni ed è in questo estremamente attuale.

ChildhoodsEnd (8)

E nella miniserie tutto questo è reso perfettamente grazie all’immensa bravura di Charle Dance, attore famoso per Il Trono di Spade, che qui prima “vediamo” grazie alla sua voce, impostata in maniera perfetta. Dopodiché non appena appare con le sue sembianze mostruose non possiamo fare a meno di rimanere ammaliate dal suo sguardo dolce e paterno, distrutto dal destino che attende i suoi protetti.

Questa empatia, questo immenso dolore è un filo rosso che permea l’intera serie. Leggiamo nei suoi occhi la fatica estrema di dover nascondere, persino a colui che reputa il suo migliore amico tra gli esseri umani, quello che accadrà.

Noi che abbiamo letto il libro, e quindi sapevamo già, abbiamo partecipato alla sua reale sofferenza quando rivela a Richard la verità sulla sua difficoltà di avere figli. Lo vediamo alla fine come un regalo, come volergli risparmiare ciò che sicuramente avremmo visto più in avanti, verso la fine della serie.

Se dobbiamo trovare dei difetti alla miniserie beh non si può fare a meno di citarne due.

ChildhoodsEnd (5)

Primo: un dialogo presente nel romanzo, tra Ian/Milo e Karellen è stato non solo spostato tra Ricky e Karellen, ma ne è stato stravolto il senso. In quanto Ian chiede alla festa, presente anche nella miniserie, se si erano già mostrati in passato all’umanità e il superno dice no ma che “in qualche modo gli esseri umani hanno avuto una sorta di premonizione su di loro, avendo sentito quello che avrebbero fatto, ne avevano paura.” mentre nel dialogo presente nella miniserie si dice che Karellen si è mostrato in altri mondi, spaventando anche gli abitanti di quei luoghi, cosa totalmente priva di senso. Il Male non ha gli stessi simboli sulla Terra, figuriamoci in altri pianeti.

Il secondo difetto, molto grave, è la presenza di Peretta: abbiamo capito l’intento nobilissimo di mostrare la stupidità del fanatismo, ma si poteva e si doveva farlo in altro modo. Questo personaggio era inutile e fastidioso.

Hanno scisso in due un personaggio presente nel libro, un politico al pari del Ricky letterario, bigotto esattamente come Peretta, che ha agito in maniera più raffinata di quanto abbiamo visto fare da lei, e dal giornalista interpretato dal magnifico Colm Meaney, già noto al pubblico per il ruolo di Chief O Brian in Star Trek, agendo sullo stesso terreno, usando tutte le armi tipiche del mondo della politica.

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Lentamente, nella seconda parte della serie si fanno strada due temi importanti. Di uno di questi vi abbbiamo accennato poco prima e lo affronteremo con calma, anche perché sarà quello che ci condurrà al finale. Il secondo, non meno importante, è: cosa accade agli uomini che godono di questa nuova era di pace e prosperità? La ricerca scientifica cesserà di esistere oppure no? Un uomo in particolare non sembra essere d’accordo con la presunta morte della curiosità scientifica: è Milo Rodricks, salvato e curato dai Superni, che diventa un astrofisico proprio perché non si rassegna a considerare la scienza come finita. In tutti i modi tenta di raggiungere l’impensabile per gli uomini, ossia viaggiare nello spazio e conoscere quello che i Superni sanno. Lo vive come un affronto sia personale, sia all’umanità intera.

Milo riuscirà nel suo intento, imbarcandosi sulla loro nave e finendo per perdere la donna che ama, eppure il giovane scienziato saprà trarre insegnamento anche da questo. La sua è forse una delle figure più riuscite del romanzo e della miniserie: la curiosità umana non si ferma mai, neanche alla fine, neanche nel momento di buio e il suo desiderio di far ricordare l’umanità attraverso la musica è qualcosa di commovente ed emozionante, un punto in più a favore della miniserie.

E veniamo all’altro punto a favore della miniserie, il suggestivo e toccante finale. Non è allegro, non è lieto, questo no, però ci sono momenti in più, quasi attimi, che legano il filo conduttore meglio di quanto era riuscito a fare Clarke.

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Ora chiariamo una cosa: l’autore statunitense scrisse questo romanzo nel 1957, come dicevamo nella presentazione, eravamo agli albori della fantascienza, non si può negare che la sua idea fosse suggestiva, però non è resa bene.

Il finale è più o meno quello visto nella miniserie, con l’assenza del dialogo tra Milo e l’over mind, assolutamente vitale per capire quello che sta accadendo ai bambini, l’assenza dell’addio tra genitori e figli o meglio la freddezza di tale addio contrapposta all’addio straziante tra Tom e la sua famiglia, l’annuncio di Karellen è affettuoso, nel libro è di nuovo freddo e distante. E infine forse la scena più ridicola dell’intero libro, che paragonata a quella potente in cui Jennifer per diventare dio si prende tutta l’energia della terra, fa ridere.

E’ raro poter assistere ad serie in cui l’autore ha campo libero.

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Hurran ha potuto lavorare al meglio sul capolavoro di Clarke, lasciando intatto il suo messaggio, anche grazie ad un cast pressoché perfetto a cominciare da Dance, senza dimenticare Mike Vogel (Rikky), Osy Ikhile (Milo), Daisy Betts (Ellie, la moglie di Rikky, costretta a convivere con il fantasma di amore passato dell’uomo), Lachlan Roland-Kenn (Tommy, veramente eccezionale) e tutti gli altri.

Non nascondiamo il fatto che, sin da quando abbiamo sentito annunciare il progetto, temevamo che non avrebbero reso il libro sullo schermo con la stessa efficacia. Invece non è stato così. Gli autori hanno fatto un lavoro egregio, riuscendo anche a contenerne i difetti.

I temi descritti sono davvero importanti e il finale nella sua forza e nella sua poesia è quanto di più toccante ci potesse essere. La bellezza dell’animo empatico di Karellen la si trova anche nel finale, nel suo essere spettatore delle ultime ore della ChildhoodsEnd (6)Terra, nella sua consapevolezza che, pur essendo emissario della Grande Mente a cui deve rispondere, lui non potrà mai accedervi direttamente. Gli autori hanno mantenuto la promessa: si tratta davvero di una storia umana. In fondo, per noi appassionati di fantascienza, questa non è una sorpresa ma una solida certezza di quello che pensiamo da sempre sul genere.

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