From Another Universe – La “giusta” durata di una serie tv

from another universe

Finalmente riusciamo ad inaugurare la nostra rubrica, intitolata “From Another Universe” e visto che noi ci divertiamo a dare fuoco alle polveri proviamo a toccare un argomento che sta molto a cuore ai fan ovvero la giusta durata di una serie tv.

Nel campo dell’intrattenimento televisivo ci sono svariati modus operandi non solo a seconda dei continenti ma anche a seconda del tipo di tv.

Si sconsiglia di proseguire la lettura per chi non volesse SPOILER su The Following, Hawaii Five-O e Broadchurch.

Come è noto, ad esempio, nei canali generalisti Usa la durata di una singola stagione è all’incirca di venti-ventidue episodi mentre sulle tv via cavo, basate molto sul modello europeo, si arriva a dieci o poco meno.

E a proposito delle televisioni europee quasi tutti sembrano seguire il modello britannico che oscilla tra i tre e i tredici episodi.

sky atlantic2La televisione italiana che, da poco, sta facendo serialità di un certo livello (Romanzo Criminale, Gomorra, In Treatment, 1992, Venuto al mondo) e la fa solo grazie a Sky Atlantic, sembra basarsi su vari modelli: si va da cinque episodi e si arriva anche ad una trentina a stagione.

Passare da un modello all’altro è spesso destabilizzante tanto che a noi stesse, provenienti prima dalla tv europea abbiamo trovato un po’ lenta la serialità statunitense e poi, una volta entrate nel meccanismo, quando siamo tornate a vedere telefilm del vecchio continente abbiamo trovato il tutto troppo veloce e sintetico.

Da una parte troviamo apprezzabile il fatto che ci si voglia prendere il tempo necessario per raccontare una storia, nelle modalità più sensate in cui questo possa avvenire, a scapito di dover vedere condensati in pochi minuti temi che invece avrebbero sicuramente meritato un maggiore approfondimento, dall’altra però si rischia di vedere annacquare il tutto con episodi che poco hanno a che fare con la storia e servono da mero riempitivo.

the followingCerte serie tv vengono trascinate in avanti anche quando la storia è esaurita, mandando in fumo quanto di buono aveva raggiunto. Un esempio classico di questo lo troviamo in The Following della Fox, attualmente alla sua terza stagione, che a nostro avviso, per essere definita perfetta, avrebbe dovuto limitarsi unicamente alla prima stagione. Si era aperta in maniera originale con una storia di un serial killer e della sua cricca di seguaci. Si era chiusa perfettamente con l’apparente morte di Joe Carroll. C’era una buona interazione con i personaggi, delineati con sapienza e coraggio, lasciando intendere che il confine tra buoni e cattivi era labile, illusorio. Joe Carroll aveva scelto Ryan Hardy per un motivo molto preciso: fondamentalmente erano due uomini simili. E nella prima stagione era andato tutto bene. La seconda stagione ha ripreso le vicende da dove erano finite nella prima e la storia ha cominciato a mostrare i suoi limiti, complice anche un certo compiacimento verso un’ala del fandom che odiava determinati personaggi senza comprendere cosa li aveva resi tali. La storia si è macchiata, Carrol da insegnante e uomo carismatico, dotato di una capacità manipolatoria elevata, è diventato la parodia di se stesso. Non ha nemmeno funzionato la sua controparte Hardy, il suo tentativo di andare avanti ripulendosi dalla dipendenza che aveva nei confronti dell’alcool è risultato patetico e ideato decisamente molto male.

Hawaii-Five-0-hawaii-five-0-A proposito di tematiche delicate usate molto male in pochi minuti ci teniamo a fare un esempio molto recente: l’ultimo episodio andato in onda di Hawaii Five- O della CBS.

Ora la serie ideata dal duo Bob Orci/Alex Kurtzman e scritta da Peter Lenkov ha sempre avuto e ha ancora dalla sua la capacità di prendersi molto in giro, anche grazie al cast, e nel contempo non ha mancato di toccare tematiche serie nella giusta misura, segno che dietro c’è qualcuno che sa scrivere, quindi è davvero con molta tristezza che ci tocca dover far notare quello che hanno combinato nel diciannovesimo episodio della quinta stagione.

Lenkov ha voluto toccare la tematica della pedofilia e non possiamo che ammirare il coraggio di farlo, tuttavia lo ha fatto in pochi minuti, senza convinzioni, senza tatto, senza un minimo di approfondimento psicologico su una tematica tanto delicata. Non si fa. Tralasciando che il messaggio, davvero insolito per una serie così auto-ironica ma difficilmente banale quando parla di temi drammatici, è la solita sbobba del cattivo da estirpare, quando capita spesso che “i cattivi” ragazzi siano invece alleati della Five-O.

Ora nessuno pretendeva che un pedofilo si alleasse con i nostri eh, però in dodici minuti raccontarmi di un semi-adolescente pedofilo solo e soltanto per fare il colpo di scena cool e per darci questo messaggino, è proprio triste. Lenkov, sai scrivere, non è da te.

broadchurchE vedendolo non abbiamo potuto non pensare al lavoro sontuoso fatto da Chibnal in Broadchurch della tv inglese ITV. Beninteso. Nessuno vuole paragonare le due serie. Sono di impianto troppo diverso. Non è quella la questione. Ma senza stare al livello del lavoro di sceneggiatura fatto da Chibnal, lo showrunner di Hawaii Five-O ha dimostrato di saper toccare tematiche pesanti senza banalità, quindi perché non prendersi il tempo necessario per farlo? Così non arriva nulla e ne escono tutti male, malissimo. E’ poco rispettoso.

Eppure Hawaii Five-O ha ventidue episodi a stagione, quindi il tempo c’è e quello che è successo è la riprova che si utilizzano male questi episodi, a volte per fare ascolti, cercando di stupire lo spettatore.
Viceversa Broadchurch, dove comunque si aveva meno tempo a disposizione e dove la tematica è stata solo insinuata, lo si è usato bene.

Ripetiamo: il nostro non è un paragone. Ci viene in mente la serie di Chibnal perché è l’ultima che abbiamo visto che trattava bene la tematica della pedofilia.

person of interestPer fortuna la lunga serialità made in Usa ci regala anche diversi esempi in positivo. Non avendo il tempo di citarli tutti non possiamo non rimarcare la grande forza di un telefilm sempre della CBS, ovvero Person of Interest di Jonhathan Nolan, che pur avendo avuto qualche filler (peraltro mai davvero brutto), ha usato quasi sempre con acume tutte le puntate a sua disposizione.

A qualcuno potrà sembrare lenta, ma chi ha la pazienza e la curiosità di seguirla, si accorgerà dei piccoli passi, a volte anche minuscoli, che portano lungo il cammino di una storia affascinante.

12 monkeysE in questa direzione sembra andare anche 12 Monkeys di Terry Matalas benché purtroppo abbia solo 13 episodi a stagione (a differenza dei 22 di Person of Interest: la CBS è generalista), essendo della tv via cavo Syfy.
La domanda che ci poniamo è: esiste una formula aurea per raccontare una storia in tv? Di quanti episodi dovrebbe essere costituita una serie perché questo avvenga?

La nostra è solo un’opinione e non vuole essere una verità assoluta, ci teniamo a dire questo prima di rispondere alla domanda.

E per noi sì, c’è una formula aurea. A volte probabilmente bastano otto-dieci episodi a stagione, come nel caso sopracitato di Broadchurch, ma altre non bastano.

doctor whoSu siamo onesti: chi non vorrebbe una stagione di Doctor Who con qualche episodio in più?

Tempo fa ne parlavamo con il nostro “capo” Manuel e lui ha detto che l’ideale durata di una stagione sarebbe diciotto episodi di trenta minuti ciascuno.

Potrebbe andar bene? Forse sì. Contestiamo quei trenta minuti, meglio i canonici quaranta- quaranta cinque.

Ma diciotto episodi a stagione per qualunque serie probabilmente sarebbero l’ideale.

Per una serie statunitense della tv generalista significherebbe dover tagliare per forza gli episodi filler, il che non sarebbe un gran male dato che raramente sono ben fatti.

Viceversa nelle serie della tv via cavo ed europee si avrebbe più tempo di raccontare la storia e di nuovo non sarebbe un male.

In fondo, per dirla come il mitico fiorista Fermo di Pane e Tulipani:

“Le cose belle sono lente.”

Articolo redatto da Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia.

2 pensieri su “From Another Universe – La “giusta” durata di una serie tv

  1. Ci anche ripensato sulla questione della durata: 13 episodi da 1 ora (45/50 effetivi); 18/24 per le sit come. (20 minuti effettivi). Ti eviti molti filler in questo modo e soprattutto riesci ad aggiustare meglio il tiro secondo me. Prediamo l’esempio di The 100; prima stagione da 13, seconda da 16. ritmo tenuto alto, buona qualità della storia. E pensare che parlaimo di The CW…

    Quando aveva annunciato che Gotham avrebbe avuto 16 puntate la fox diceva che era tempo di cambiare i modelli che non c’era più la necessità di certi numeri: è finita con una serie da 22, come una serie qualunque. Ma dopotutto parlaimo degli Sminchiatori…

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    • Ahahahah gli sminchiatori è bellissima. Quanto sono affidabili. Sì per le sit-com concordo, per le serie resto dell’idea che 18 sarebbero perfetti😉

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